le parole che vennero dopo

Frammenti di un lavoro in divenire:

Le parole che vennero dopo

Il progetto parte da Le architetture dell’orrore, che può considerarsi prologo dell’intero libro, e proseguirà con la vita di due donne che a specchio canteranno la loro percezione del mondo e degli eventi, i piccoli frangenti, le vicessitudini, gli incontri, le ansie, le paure, le passioni, i ricordi.
Il libro si apre dall’epilogo che le coinvolge entrambe e fonderà tecniche di scrittura diverse in un unico percorso narrativo.
(nc)


a Vittorio Arrigoni  e Rachel Corrie]

Le parole che vennero dopo
(racconti di_versi – parti della prima parte)

[stride
è necessario rientrare. (è questo il bisogno di raccontare?)
le voci, quelle voci, ancora tra i capelli,
numeri e polsi [ e la mia pelle è una stella,
un asterisco per rimandare una cantilena a memoria,
o solo una ninnananna che addormenti la storia.]

Hannah: “

(rewind me)

il boato ha lacerato le pupille
immediato
il sentire non ha lasciato tempo
alla vista
un frammento di coscienza
permane |un istante |oltre
poi niente
_____________ brandelli sul selciato

*

Guardavo il mio corpo lacerato
le scommesse delle mosche
la corsa alle lenzuola bianche
Non si può guardare a lungo l’orrore
– rimuovere ] rimuovere in fretta i resti
Serve la calce

*

Si accalcavano con scarponi grigi
Le facce spente
Qualcuno piangeva, un altro vomitava
Quante grida la tragedia che viene dopo

*

Hanno ricomposto il braccio destro
il vestito bianco quello delle nozze di Yehosheva
avevo una foto e sorridevo
Zeev danzava ubriaco

*

Avrei dovuto consegnare le scarpe al calzolaio
In tutto questo frastuono non trovo più il mio pacco
Edna avrà il saggio tra una settimana
Come farà Zeev senza le scarpe per il vestito buono

*

Quando ci riunivamo al sabato sera
c’era sempre un gran guardare tra noi donne
la moda occidentale s’imponeva
a quel senso di ritrosia nel mostrare |del tutto |le mie forme
A volte un incrocio di sguardi sulla scollatura
svelava un sorriso di approvazione.
Dopo cena si andava a danzare,
portavo uno scialle con me, con pudore

*

Quando la fisarmonica partiva
era tutto un coro di voci che avvolgeva
__________________Hevenu shalom aleichem
i ricordi da bambina in fondo alla sala
la fila di sedie poggiate alla parete.
Mamma volteggiava, Dio sa com’era bella.
Nel suo vestitofelice |aveva ricamato
l’orlo |con l’azzurro |della vittoria

“ho conquistato [cantava –
la pace e una promessa
Anche il mare,
qui, tramonta d’arance”

*

Gli occhi avevano l’azzurro delle terre alte di suo padre
i capelli crespi delle traversie nomadi della madre
c’erano tracce di popoli in ogni difetto
che aveva imparto a evidenziare:
caratteristica e pregio – diceva,
marcando il profilo delle labbra
sottile].
Il naso dicevano avesse la curvatura
della bisnonna per metà italiana e in parte greca,
l’incarnato, invece, tradiva la trasparenza
delle vene nel suo accento tedesco

*

barchuni l’shalom
malachei ashalom
malachei elyon

*

[le foto di Ari e Rav Salanter
in bella mostra | lì sulla credenza
mi sgomentano
come fossi in parte derubata
della mia identità
puramente umana e familiare]

*

Yehosheva aveva la luna sul Collo
sospesa tra la Notte e due Orbite
di stelle, Sogni Proiezioni o Solo
Desideri apparentemente Reali:
una Pace che sapesse di Pane
e Terra da calpestare, un Braciere
acceso d’inverno Quando l’Albero
si Spoglia e le rondini Non Aiutano
a sperare Primavere e raccolti
Propizi per le Labbra.

*

Una ciocca di capelli e nastro color sangue
era quanto di macabro restasse
sottovetro alla parete dei cimeli
di un tempo da non nominare

*

Senza nome non si può pronunciare
il corso dell’orrore La solitudine
dei vuoti recintati Tra le Ossa
di una Grancassa di presenze
all_armanti
come la dilagante assenza
di coscienza.

*

Supine le stelle osservano il corpo
sospeso tra l’inutile e il rancore
della corsa ad ostacoli del male
mentre il bene si asciuga al sole di uno
sguardo la pietà senza rimorso
né memoria.

*

Edna [primo parallelo – intermezzo chap 3]

[Non era solo una questione di geometria necessaria al corpo, ma una ragionata febbre di vita. L’unica strada per andare lontano. Liberarsi dalle ossa, dalla storia della casa, dagli affetti, dai fantasmi, forse. Edna lo sapeva, aveva sepolto il nostro dio quello stesso aprile senza le cerimonie dedicate alle mie spoglie. Un giorno stringendo le scarpette annodò le dita al mio pensiero. Strinse e strinse così forte che mi sembrò di soffocare. La sua voglia era sangue che pulsava con tutta la rabbia necessaria per sognare.
Le passò in bocca un intenso sapore di sangue, l’interno delle labbra morsicchiato nervosamente.
La sala d’attesa per l’audizione era un inferno di ansia, risa, chiacchierii isterici e lunghe prove sulle punte. Edna a piedi scalzi stringeva le scarpette, non ho mai capito se le stesse maledicendo, pregando o uccidendo tra le dita, un po’ tutt’e tre le cose mi sono sempre detta, , un po’ tutte e tre le cose, forse. Ha atteso l’ultimo istante per indossarle rendendomi complice della sua rabbia. Partirà il mese prossimo, questa terra promessa non è più nostra. La terra non è nostra, la terra non ci appartiene.
Siamo l’illusione di una parentesi di passaggio in un tempo che comprendiamo per possesso e definizione.]

il nemico invisibile – dialoghi dell’illogico –

il punto è cominciare da qualcosa
la stasi segna l’abnegazione
dell’arto all’azione La misura
corretta della forma che si adagia
fai conto che una sedia al centro della
stanza poi due occhi che spartiscono
lo sguardo tra lo scarto e la domanda
la curvatura è già attesa arco
tensione quadratura che si piega
ragione pressoché intatta sospesa
che dal corpo pre tende risposta

perché del corpo si son dette mille
cose ma non è certa la ragione
del silenzio la stasi vegetativa
prima del consenso la miriade
di blocchi neuro irrazionali
che invadono le pareti ornamentali

dunque si è cantata la carne la passione
la posizione ideale lo scarico
la forma mai la paura del passo
la paralisi il cinema muto
quando galvanizza l’attenzione
su un arto che ripete la neurogenesi
dell’azione senza averne coscienza
né comando

allora
si dovrebbe cominciare sempre
da qualcosa dal punto di rottura
tra pensiero e conduzione quando
l’ordine si spezza nella leva
che àncora l’azione alle ginocchia

un’involuzione ordinaria della
volontà al comando l’esimia prostrazione
dell’essere al peso del suo corpo

– “cerco una freddezza lucida che lacera”

mi spiego nelle pieghe dietro le ginocchia
che tendono i polpacci sollevo le punte:

-“ somiglierò lontanamente a una ballerina?”

[leggera – come se fosse, si potesse
dispiegare alluci come ali]

– “bentornato” – nel frattempo diceva
del suo volo mentre da dietro
la finestra si levava l’imbrunire

-“ forse l’inizio non è altro che la fine
quella volontà di premere
fino a uccidersi di luce”

“- hai mai pensato alla volontà del cielo?”

non si ferma, si rispecchia eterna
nell’ellisse come volta si allarga
movimento senza tregua:

non cerca, non chiede,
si ripete

[maledettamente ricopro i centimetri
di pelle al sudore ometto la concessione
dell’odore rinchiudo il ciclo in ali
di cotone metto il punto ad ogni
giro naturale del mio pelo
: decoloro]

Dove si incunea, dunque, l’osceno?
saranno le cosce l’umido il desiderio?
o quel malato puntellare

– “così non si può, così non si deve”

come se bene o male non fosse vera
ogni cosa ci appartenga nel buio
di pensieri immacolati

***

– seconda parte – incipit)

L’altra sera Fadwa mi diceva
quanto fosse feroce la memoria
(a ritroso)

Fadwa: “

Si dice che nel nome risieda
il senso dell’esistenza, in effetti
la parola la spiega, le dà senso,
l’organizza, ne mette in relazione
cause, conseguenze, eventi: Restituisce
memoria alla storia

Ho sempre ripensato a quei limoni
La staccionata La scala a pioli
Il padre arrampicato che chiamava
i nostri nomi Mentre la veste
di bambina | aperta | Raccoglieva
il salto Il volo del frutto nel Grembo
e una risata

Era bello pronunziarne la parola
darle dimensione e colore [: in arrivo
Limoni, gialli e grossi Limoni]
e osservare sul viso di Fa’ez
la smorfia Gli occhi stretti La lingua
serrata contro i denti | Percepire
l’anticipazione del senso e dell’azione
[una mano, il coltello, poi le labbra,
Un sorriso Il capriccio L’attesa]
legandone il gusto a un altro sapore
alla liquidità della sete,
all’asprezza del sale

Credo che questo sia da leggersi
come una magia, forse un dono,
una capacità propria dell’uomo
che si costruisce la vita
come i versi di un poema
come la pagina più bella del Corano
con la libertà incondizionata
di fantasia e pensiero

Ecco perché non ho mai accettato
questo nome che nel sacrificio
ha preteso una condanna Senza
margine di scarto per l’arbitrio
della mia libera scelta

[…% continua]

________

i brani musicali sono tutti di Max Richter, in ordine: “infra 2” – “Impardonnables – doubt” – “Elegy – Horizon Variations”.

***

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2 pensieri su “le parole che vennero dopo

  1. Interessante il progetto, sconvolgente l’anticipazione.
    Max Richter è perfetto accompagnamento.

    Resto in attesa (fremente) del seguito, con un misto di timore e reverenza.
    Io l’orrore non lo conosco. Ascolto, e mi lascio attraversare.
    (Mi fido della dolcezza delle voci femminili, che masticano l’inenarrabile e lo rendono boccone assimilabile.)

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