dopo di me

Dedico a te – *amore mio –
ogni mia lacrima e i sorrisi
che mi hai donato
perché insieme alle piume dei miei angeli
si facciano asfalto di cristallo e ovatta
per accompagnare il tuo cammino
dopo di me.

 

*amore mio è riferito a mio marito, ma anche a mio figlio e a tutte le persona che amo. La poesia è preghiera, la forma più pura e naturale per pregare.

Volere il Bene dell’altro, la maniera più concreta per avvicinarsi a Dio.

quarto stadio – testamento

a te

Ogni elemento qui si fa presagio
Ampiezza
dopotutto la distanza è misura
dello spazio in cui presumere il Tempo
– “diciannove mesi”, presunzione
spaziata palmo a palmo: prigione,
cura, permanenza per coprire
l’intera corsia che una probabilità
giunga a farsi punto d’incontro, stazione
in cui decidere se arrivo o degenza
facciano di noi scintillio di un’effimera
appartenenza o, più semplicemente,
infutura coscienza che oggi
è l’agio di un azzardo,
domani solo una scommessa.

*

ho viso, occhi e seni,
cosce, parole e baci
che non sanno più dove andare.
La felicità
[così densa, così innaturale]
è un sintomo della fine insostenibile
come una biscia da estirpare.
Abbiamo avuto sedie,
scatole vuote di finestre e tramonti
[carne di parole]
ma la profanazione di una casa vuota
si legge nel silenzio delle dita
quando registrano la pesantezza del dono
nel tonfo di un oggetto mentre cade
e tutto appare distante
come un film che non ci appartiene
un ralenti che accelera e riprende fiato
sul motivetto di un pianista d’occasione
ma la bellezza è tutte quelle cose
che conservo nelle parole che non sono più mie
[lo fossero mai state]
perché morire non è che un lento conservare
una breve traccia da lasciare.

*

avrei voluto, dove la nuca
si apre convessa alla materia
dura del giorno – lì –, scrivere
la delicatezza della pioggia
e l’ostinazione di una rosa.
L’inverno

*

ti nascondo dentro nuvole di cotone
batuffoli per l’acquasantiera]
quasi fossi la benedizione della pioggia
che scioglie le zolle alla mia terra

Le bombe sono state riempite di chiodi
per infliggere il massimo del dolore
per amplificare la misura del danno
la dottoressa spiega che la presenza di quei ferri
violentmente sparati
laddove non hanno ucciso, sono causa di pene per i sopravvissuti
del macabro rituale dell’amputazione di una parte di se stessi
la cattiveria che l’atto di terrore manifesta
non ha solo una connotazione da etichettare nell’ordine delle cose della guerra
o nell’ordine di una lotta per rivendicare
qualcosa di negato, l’origine di un sopruso.
questo orrore che si manifesta sempre
nella perpetrazione del male
mira a offuscare ogni equilibrio di ragionevolezza e considerazione
della pena che proviamo
per un bambino
per un milione di esseri umani
per un cane
per la ragione stessa del nostro vivere su questo mare
che si fa bara di speranze e disperazione.
la storia dell’uomo si basa sulla necessità
e la spinta del primo migratore
che nella ricerca di salvezza
ha tramandato la pulsione al miglioramento
alla crescita, alla sopravvivenza.
oggi assistiamo all’inseminazione del male
per mezzo del terrore
un terrore che genera terrore, un terrore che infetta
la capacità di distinzione, di critica partecipazione
alla complessa costruzione del bene comune.
non ho paura del terrorismo, perché esso è solo la traduzione
peggiore della volontà del male.
mi spaventa l’idea che io possa temere il terrore
senza accorgermi di ripercorrere le vie dell’odio razziale.

*

Questo e più di questo, che Nulla al cuore
può la tua assenza – Zenit di frontiera
alba Linea demarcata Affanno
fatica_mia Fosti – ieri più di Ieri
domani Forse che nulla più Questo
cuore può

*

non recupero le forze nelle fosse dei tuoi silenzi
ma nei tuoi respiri serpico
tra le sillabe che abbandoni in disordine per la stanza.
Ed è come rammendare un calzino bucato
dal tempo e dall’usura
da un’unghia troppo lunga
che s’incunea nei lembi della carne.
É un rattoppo per suturare sdruciture
questo disordine che mi sfugge
per consumarsi inchiostro su un taccuino.

*

Non è più tempo, non siamo noi nel tempo,
perchè Noi non esistiamo,
non ci siamo mai stati né mai ci saremo,
quando di noi resterà solo un pronome che
senza i nostri occhi, la nostra pelle, le nostre ossa,
troverà spazio davanti alla definizione temporale di un’azione
noi – Noi – non saremo che la coniugazione di un inganno reale,
un desiderio fuori tempo, fuorilegge.

*

[dovremmo fare in modo da aprire questa bocca
e infilarci dentro il senso di una lingua nuova
come una parola scritta per dar luogo
al non detto ancora
____________________ e
vivere così, tra le parentesi
quadre di un attimo di quiete Non vedere
oltre L’inizio e la fine di ciò che sarebbe
La distorta prospettiva di un qualunque persempre.
Essere solo una parola, fuoricontesto.]

*

dove sarà la parola
rinchiusa in queste mura?
Una finestra è quanto appare
di ciò che non ci appartiene.
Eppure
non sarebbero bastati mille anni
per dirci le cose senza vita

che poi,
supponendo l’aurora sopra i massi
e questo confine oltre la ringhiera
uno scintillio come si scrivesse il c i e l o
nella la parola v i t a
saremmo forse più liberi
che nel silenzio di questo vuoto?

*

Un’inconsueta lentezza nel latte al mattino
accompagna la pesantezza del pane duro a colazione.
Un senso di incompiutezza ricopre l’aria,
le signorine ortensie e la vecchia palma
colma di datteri sempre in offerta.
Si dice che l’amore si semini per sradicare le ortiche,
io vorrei rovi di parole per trafiggermi le labbra
e tentare una risposta all’ombra dietro la credenza
che minaccia la parete scoscesa nell’incavo della coscienza
sì che fosse normale che questo gelo invernale
s’intrecci alle vie d’un vecchio aprile:
“oggi è il diciotto” – nel trasalire al computo delle cose del reale –
_____________________ “ricordo bene il fiorire dei vetri
_____________________ colorati sui viali dello stupore
_____________________ privo della nostra consistenza”

*

Si incamminavano leggere le ginocchia
lungo una strada di ossa che non ha incanto
Non so ancora l’uscita di scena:
un soffio violento, un grido, una sfida
– Cos’è il presente tra le mole digrignate e il mio sgomento?
Si disfano i capelli e le unghie
Le ruote girano lente una musica angosciante
– Ta ta pàm ta ta pàm –
che si ripete Ancora e ancora
infinito avvertimento che indica il buio nel suo profondo
dentro convesso di un utero che non dà vita
– Cos’è il presente di queste ossa?
Non ho bisogno di cibarmi gli occhi
le mani ricordano il tuo viso,
il profilo si impara a memoria,
al buio.

*

L’elogio dell’incompiuto – 1.

il miracolo di quelle cose libere che si amano così,
così – quasi fosse
l’impossibilità di domare la pelle del mare,
o la riva del fiume quando devasta la saccenza
delle previsioni oltre l’abisso della sorpresa,
ma” è solo
[o_siamo] una parola che svolta
– dunque, eccoci: prossima scena:
il tavolino si allaga [dentro lo sguardo di una donna]
lui osserva. Si suppone che piovesse,
non è detto un pianto, si suppone ancora una sorpresa:
______ lei non chiese, lei non aspetta.
Ricapitolando, dunque:

C’era una donna, poi fu un seno
e più tardi ancora un piccolo ristagno
che chiamarono cielo
come il grido di chi nasce
nel silenzio di chi muore.

Si aggiunsero poi
un’unghia spezzata, lo smalto, pezzetti di memoria,
vetro colorato, calze a rete,
– si disse un tempo di una riga che saliva su per il polpaccio alla coscia:
__________________ un’ascesa al paradiso.

Di tutte queste cose libere è la natura terrena dell’amore
quando mima il suono dentro il petto
che sembra mio così pieno,
piccolo grosso, distrattamente andato
giù dabbasso al ventre maturo
– si disse un tempo: turgido, bianco, come qualcosa di incompiuto:

ma la natura distratta delle cose
è un equilibrio di terrena assoluzione,
la sorpresa per ciò mai saremo.

*

Avrei voluto scrivere una lettera
aperta come le A e le E
della mia pronuncia
aperta
come l’apertura alare
di un pensiero senza nido
quando in picchiata si libera
a precipizio
e avrei voluto essere regola fuori da ogni regola
per ricucire insieme la sintassi di tutte le lingue morte
che scompongono la bocca ai margini di meridione:

avrei voluto fare di ogni lemma
il punto morto
di ogni nuovo principio dopo la fine

*

nel firmamento dei pensieri
le cellule esplose del mio petto
tracciano la mappatura astrale dell’Universo
attendendo il ritorno turchino

la Legge delle leggi non ha prescrizione
mentre noi stiliamo liste di proscrizione
con le nostre mancanze fatte di sbagli e scadenze

ma il turbinio del terrore e la paura
quando la fissi negli occhi come una sentenza
generano un’energia eterna
che smuove le forze, fa vibrare l’Universo
con tutte le sue assenze irrisolvibili
e il pianto di tutte le grazie e le Madonne del mondo

tutto questo non genera miracoli, né costituisce intenzione di reato
ma ti impone di varcare ogni limite, camminando sul filo sospeso della scelta, del tuo condizionato arbitrio

allora quando questo mistero orribile e tremendo
ti entra dentro, vivendoti istante per istante
la storia s’inginocchia
il destino acquista una nuova marcia:
la consapevolezza estrema
di essere il poco che siamo

l’Amore nell’aurora dei diversi emisferi polari
ha già scomposto la sinfonia del suono
in una pulsar che ritma il battito
nel meccanismo fantastico del galleggiare senza peso
in un letto di fogli, memorie,
confondendo tutto, raccogliendoci nel tutto
con lo stupore di un luminoso abbraccio
mai ricevuto e un ricordo come testamento

*

Ogni giorno si ripete il massacro
Ogni ora è il ritorno turchino

Poserei gli occhi sui palmi
Per fartene dono
Come una Santa
Che non vede salvezza

Gioca un bambino
L’arto fasciato
È la misura del suo sorriso

[da quando penso a quella cosa
che hai scritto dell’aria – a P. Ḗluard

La forma del tuo cuore è disegnata nell’aria
E il tuo amore rassomiglia al mio perduto desiderio.
P. Ḗluard

la bellezza è una cosa tenue, leggera; quella gentilezza che si fa notare appena e spesso passa inosservata.
[da quando penso a quella cosa che hai scritto dell’aria,
non ricordo la pagina, il giorno o l’ora,
né il titolo di quella raccolta o il verso a seguire.
Non ho buona memoria, lo sai bene,
e faccio fatica riconsultando continuamente le nostre letture.
Che poi non si sa mai se voltando pagina
mi darai ancora quella leggerezza nella tua scrittura,
mentre qui la notte è pesante quanto un’assenza
che la bellezza turba con la tenerezza delle cose di ieri.
Ho provato a scrivere
ma non c’è altro che io possa inventare stanotte
se non la verità delle parole
da nascondere tra le pieghe a bordo pagina
come un segno distintivo,
[fisso
da mantenere integro ed intatto
per non svelare la dannata paura di essere persone
che abdicano alla ragione del tempo
lo spazio vitale in cui può mancare
la banalità di una persona da amare
nei suoi gesti ripetitivi,
come in tutte quelle cose che agisci
raccogliendo la noia dei fatti
nei riflessi speculari alle parole,
creando tutte quelle piccole storie
in cui darmi materia di arti e pensieri
sembra essere la sola possibile lettura
ai miei capelli d’arancia gialla
sulle labbra succose della sera.
– quasi fossi vera
in ogni tua parola ]

Se solo la mattina fosse solo un “appena mattina
con quell’ombra apparentemente leggera
che sfiora le veneziane, incerta
sulla natura del giorno e la dimensione della luce
ancora tutta da definire.

Se solo la mattina avesse la tua lentezza,
l’approssimarsi metodico al tavolo di legno
con la tazza raccolta nella mano
e il suo calore per agevolare la riflessione
sulla programmatica funzione del giorno.

Se solo tutto questo non fosse
che una banale scrittura di una ritualità comune,
sembrerebbe speciale
quanto l’angolatura della prospettiva di ciò
che per quanto normale,
nella necessità di coniare la parola “lentezza
da accostare a quell’approssimarsi
e alla metodica ripetitività della tua assenza,
concretizza la mimesi di ogni mio mattino
al battito della tua esistenza, quasi che io,
per qualche strana misura, vi appartenga.