prose da “Il volto perfetto della morte”

[ogni addio necessita un taglio netto
 un’incisione acuta
 la traduzione di uno stato d’ansia
 che s’arrota le lame in silenzio]

Prepararsi alla fine è un atto di misericordia terrena.

I.

Pensiamo alla malattia come fosse qualcosa di estraneo ed esterno a noi: una minaccia, una iattura o, comunque, come qualcosa che mai dovrebbe intaccare l’ordine perfetto dell’abitudine del nostro vivere; ma la malattia non è altro che il vivere stesso, parentesi o direzione finale del viaggio, essa è anche occasione di luce e ridimensionamento delle cose nell’abisso della consapevolezza del nostro termine. C’è tanta beatitudine da scoprire nell’interazione delle cose e degli eventi con la parte più umana e fragile del nostro corpo e delle sue limitate funzioni animali. Scoprire la felicità irriducibile della sopravvivenza riporta a uno stadio di libertà ferale che, nell’immanente, riconosce lampi di numinosa trascendenza. La sofferenza è un’esperienza da accogliere come occasione di umana salvezza.Continua a leggere…

da “Il volto perfetto della morte”

La necessità è un volo basso
un passo laterale appena rasente
la superficie malata delle cose
come sono, loro,
e io.

Non si può fissare il sangue tra i secondi e le arterie
come fosse inchiostro per garantirci a firma
bene e male.
Forse sarebbe più saggio un piccolo gesto di morte
trafiggere un quadro
fin dentro la parete che ci contiene

ma tu lo sai,

io mi soffermo sugli interni, sulle cose che accumulano polvere.
Fuori è tutto ciò che non mi appartiene e respira.
Gli oggetti invece mi somigliano, sono senza chiedere di essere,
io non devo loro nulla, loro mi contengono per ignavia e fattura.

Sparire è come fissare l’attimo preciso di un istante che muore, una
pellicola sbiadita destinata a impallidire, un pensiero che svanisce
l’immagine confusa di un seno tra le dita e una mano che ne scrive
la morbidezza senza tatto.

Labbra piccole su piccole labbra
come essere per te ieri
il lutto di domani

L’accidia delle rondini

[ebbero le occasioni per le trecce
e i pantaloni corti, finché non bastò
che poco più di un silenzio a coprirne
i corpi con la mano, come una foglia
di fico, il gesto di Adamo, e declinarono
ogni splendore passato all’insolenza
dell’infinito.]

*

C’è stata una casa quasi forma
della loro appartenenza, in cui le pareti
avevano la voce delle braccia
nei corridoi, tra le notti, dei primi vagiti
quando il silenzio delle rondini
garrisce l’accidia dei nidi abbandonati
al bisogno di tepore, di un becco da sfamare.

*

Avevano coltelli nella bocca
ore infinite a far ombra alle ciglia
la città come margine di scarto
tra l’incuria del lago e una stanchezza.
Correva l’anno di quel che era stato
la casa e due pareti, un argano,
un imbuto. Sarebbero arrivati
laddove vira il vento, tra resti
di bottiglie e peccati senza tempo.

*

[Betsabea sbocciò come una rosa d’acqua
e dal peccato nacque la saggezza]

La vita è un velo impuro
un’organza macchiata dal principio
una crocifissione alla morale acquisita
una resurrezione d’istintiva sopravvivenza.

*

C’è sempre una finestra, un tavolo, una
sedia, e ci sono ancora le cose a far
risaltare la nudità del nostro
essere presente e osceno dell’immaginario,
realtà e diritto negato,
possibilità o negazione del fiato.

*

Lo sguardo si poggia su tavoli e cose
delle quali percepisce la materia che non è più,
la distanza tra quanto sarebbero per natura
e la trasformazione morfologica che è stata loro imposta.

*

il senso dell’assenza è invadente,
confina in un angolo al margine delle
pareti, taglia la continuità del percorso
tra lo sguardo e il muro, ti dice
che la deviazione è una sorta di conseguenza,
una gabbia, una parvenza di movimento
inscatolato al limite dello spazio
tra l’illusione dell’aria e l’esistenza sottovuoto.

*

un freddo innaturale come un vuoto
raccoglie il battito sui polpastrelli
– up and down up and down – giri di vite
scavano ad ore i minuti le arterie
mentre si crepano di un suono sordo
gli occhi in attesa del nulla nel vento

*

si apre e si chiude la ragione
dei fatti speculari alle parole
– dopo tutto cosa resta? – diceva,
– è una malattia il giorno, la putrida
verità del nostro orgasmo –.

Poi passarono mille anni
che furono solo giorni
finché non si perse il conto
di ogni chi, di ogni quando.

[…]

L’elogio dell’incompiuto” 4.

 

Un’inconsueta lentezza nel latte al mattino
accompagna la pesantezza del pane duro a colazione.
Un senso di incompiutezza ricopre l’aria,
le signorine ortensie e la vecchia palma
colma di datteri sempre in offerta.
Si dice che l’amore si semini per sradicare le ortiche,
io vorrei rovi di parole per sciogliermi le labbra
e tentare una risposta all’ombra dietro la credenza
che minaccia la parete scoscesa nell’incavo della coscienza
sì che fosse normale che d’agosto s’intreccino le vie d’aprile:
“oggi è il ventotto” – nel trasalire al computo delle cose del reale –
_____________________  “ricordo bene il fiorire dei vetri

_____________________   colorati sui viali dello stupore
_____________________   privo della nostra consistenza”.

 


 

il 28 è un numero ricorrente nella mia kaballah, l’intero computo numerico temo possa solo restare parte del mistero di quanto rimane oltre il compiuto e l’incompiuto.

L’elogio dell’incompiuto – 2.

copertina VerdeAcqua, rigida appena, scaffale 12:
classici senza tempo – etichettava
quando voltò pagina per entrare dove si sarebbero
prese per mano nel sapore acceso del mattino.

Dunque, cominciò a reggere l’aurora
tra il freddo e le dita un tè bollente
– macchinetta, pochi cents, per farla breve: il solito languore d’ossa.

Allora scrisse, come sempre scrisse,
con la profonda inutilità della sua intuizione
(tutti sanno che bene o male qualcuno, prima, avrà già avuto
la medesima meglio riuscita ispirazione):

Mia Cara,
ci fu un mattino che come ogni mattino
raccolse ferocia e memoria,
poi venne l’acqua a ricucire gli occhi
alla ferita e di seguito furono trapunta e piumino,
la punta del naso, una montagna
di capelli, indifesi come solo gli ombrelli
spogliati dal vento.

La verità è sempre la solita vecchia storia:
Siamo nudi Piccoli grossi Seni
pronti ad allattare il Mondo al primo Vagito
finché non giungono Ruvidi i saluti
Neri Nei ai capezzoli Offerti nel dove e nel quando
la Vita incontra l’insolenza delle cose rapide
[così inutili le più belle!]
per dirci l’eternità di un istante.

_______________

A Viola per l’eternità di ogni istante.

“copertina VerdeAcqua” – qui si fa riferimento al libro di Viola Amarelli “Le nudecrude cose ed altre faccende”, ed. L’Arcolaio

L’elogio dell’incompiuto – 1.

il miracolo di quelle cose libere che si amano così,
così – quasi fosse
l’impossibilità di domare la pelle del mare,
o la riva del fiume quando devasta la saccenza
delle previsioni oltre l’abisso della sorpresa,
ma è solo
[o_siamo] una parola che svolta
– dunque, eccoci: prossima scena:
il tavolino si allaga [dentro lo sguardo di una donna]
lui osserva. Si suppone che piovesse,
non è detto un pianto, si suppone ancora una sorpresa:
______ lei non chiese, lei non aspetta.
Ricapitolando, dunque:
C’era una donna, poi fu un seno
e più tardi ancora un piccolo ristagno
che chiamarono cielo
come il grido di chi nasce
nel silenzio di chi muore.
Si aggiunsero poi
un’unghia spezzata, lo smalto, pezzetti di memoria,
vetro colorato, calze a rete,
– si disse un tempo di una riga che saliva su per il polpaccio alla coscia:
__________________ un’ascesa al paradiso.

Di tutte queste cose libere è la natura terrena dell’amore
quando mima il suono dentro il petto che sembra mio così pieno,
piccolo grosso, distrattamente andato
giù dabbasso al ventre maturo
– si disse un tempo: turgido, bianco, come qualcosa di incompiuto:

ma la natura distratta delle cose
è un equilibrio di terrena assoluzione,
la sorpresa per ciò siamo, che mai saremo.

L’elogio dell’incompiuto – 0.

La vita è l’elogio dell’incompiuto, niente più della vita conosce ogni irrisolto e plausibile risvolto della sua stessa esistenza. L’unica compiutezza della vita sta nel suo esatto contrario, quello di cui non abbiamo diretta esperienza e che ci risulta comprensibile solo come suo opposto, ossia non-vita, dunque morte; ma pure dinanzi a quest’ultima possibilità, quale causa, effetto e conseguenza dell’esistenza stessa, non c’è vita che possa dirsi realmente compiuta, finita; giacché è il concetto stesso di finitezza che non ha alcun riscontro nel nostro stato di appartenenza microscopica ad un insieme infinito, inconcluso, irrisolto nel suo equilibrio di incommensurabile ed incomprensibile compiutezza.

 è una bugia d’infinito questo biancore di spazi sospesi
nella presunzione di una plausibile appartenenza

________________________  che sgomenta

come la logica di un punto che non origini retta né parallelo
ad altro che ciò che tocca, come la superficie oscena di una pagina virginale 
e la b e l l e z z a ] quando somiglia alla perfezione e le si avvicina, f r e d d a ] lenta.

[con l’imprevedibile ovvietà delle domande che non vorresti porti]

Si potrebbe obiettare che il passaggio della vita nel suo contrario segni la fine, quindi la conclusione dell’esistenza, e in un certo senso una simile affermazione pare avere un logico e tangibile riscontro: un corpo vivo agisce, un corpo morto cessa di partecipare all’azione; pur tuttavia, nonostante l’esistenza abbia una sua biologica fine, nel suo svolgimento non fa altro che mettere in moto un ventaglio di concatenazioni tra causa ed effetto, che nel metterne in luce l’aspetto della reiterazione a catena e della continua sospensione, rivela una quantità di implicazioni irrisolte che ne determinano la sua effettiva non-fine in aree recondite e non sperimentabili di spazio e di tempo, che continueranno la loro funzione determinante nel concatenarsi di altre cause e altri effetti sull’esistenza del singolo e su quella delle esistenze che per causa ed effetto si ritrovino nelle medesime aree spazio-temporali. La serie delle concatenazioni esistenziali ha un raggio d’azione talmente vasto da potersi considerare l’unicum delle esistenze in un’unica irrisolta, eterna, inconclusa pulsione vitale ed esistenziale.
[…]

oggetti

1978601_10204063513818103_2488025076162653554_oCome si può descrivere l’esistenza di un oggetto, di una cosa che non vive solo di se stessa, ma che immersa in un ambiente ne fa parte senza prenderne parte, come te, che te ne stai lì a osservarla mentre in qualche misura, senza consapevolezza alcuna del tuo ruolo in quel determinato equilibrio, ti rendi conto di farne già parte che ti pare di sentirla quella cosa lì, proprio per te, come dicesse “accomodati, ti stavo aspettando”.

Il mare che pensa – di Edoardo Ischia

Immigrazione: Marina verso soccorso 207 migranti su 2 barconi

Il mare che pensa – e noi che senza non sappiamo nuotare
e lui che vuole solo volare.
Noi sappiamo cercare – e lui che ci fa sprofondare.
Il mare è nostro – non è un mostro
di rifiuti e pattume, 
è un luogo comune – di vita e speranza – che decide a oltranza
dove gettare le sue onde –
di pensieri e fosse profonde.
Fatevi avanti – noi siamo matti
perché è il mare – che ci separa dal male di odio infame –
che ha sempre fame.
Pregate Dio, Allah che sia
perché è il mare la retta via.
È un mondo perfetto – sempre contento.
Lui che sente – che crede – che vede – che prende
la nostra fede – la nostra vita per la sua.
Questo è il mare – bello e letale
che da e prende -le navi che navigano – i marinai che pagano.
Il mare è il paradiso – creato da dio – di metallo
stridio di luna e sole
semplici parole che sento col cuore,
che il mare gradisce e brandisce
come tridente bello e potente

 

***

 

Edoardo Ischia ha 12 anni, frequenta la prima media e vive con la madre e il fratello Milo a Campo Calabro (RC).

dalla raccolta inedita “breviario”

19042015

Gesù nei Golgota di questi flutti
l’ascesa è uno sprofondamento
nel martirio del rosso specchio
______________________ degli abissi
che riflettono speranze spezzate
nei singulti degli affamati.

Quanti agnelli, quante pasque di resurrezione
per questo disumano sistema
mortale?

*

Sanguina la sera crocifissa a questo
rosso quasi estivo, ha saputo dei corpi
che affondano disperazione
in questo cimitero spaventoso
di bellezza e di mare.

S’inchina il cielo raccolto in preghiera
brilla vermiglio l’impotenza senza
lacrime, quest’assuefazione lenta
__________ _________ all’orrore

***

InfrAzioni #5

Avrei voluto scrivere una lettera
aperta come le A e le E
della mia pronuncia
aperta
come l’apertura alare
di un pensiero senza nido
quando in picchiata si libera
a precipizio
e avrei voluto essere regola fuori da ogni regola
per ricucire insieme la sintassi di tutte le lingue morte
che scompone la bocca ai margini di meridione:
avrei voluto fare di ogni lemma
il punto morto
di ogni nuovo principio dopo la fine

寂 sabi – 1#

nc
nc

La fortuna più grande che mi sia mai capitata si chiama “carcinoma”, più comunemente inteso come “cancro”, ma non userò più questi due termini perché, di solito, turbano la sensibilità di chi li legge, dunque chiamerò la mia fortuna “malattia”, “sofferenza”, “calvario”, “dolore”, in poche parole “rinascita” o anche, zambranianamente, “desnacimiento”.
Non si parla a caso di rinascita, come non parlerò a caso di travaglio. La sofferenza è principio primo di luce, ci accompagna alla luce, è fonte primaria della venuta al mondo:
nel primo pianto risiede tutta la gioia responsabile dell’affacciarsi alla vita.
Ed è così che ho vissuto questo ultimo anno di gestazione e travaglio, riformandomi e plasmandomi di giorno in giorno alle cose di ogni giorno, alla conquista della primordiale luce quotidiana, che l’ignoranza della morte offusca a chi non sa di avere giusto il tempo per dirsi vivo.

Mi sento un fiore,
sono un fiore che ogni giorno sboccia
e sboccia e sboccia, giorno dopo giorno
senza lungimiranza o desiderio
che valga un solo mio istante d’esplosione
di profumo e di colore.

Non ho tempo perché non mi chiedo tempo, sono tempo nella misura in cui vivo il tempo, dunque mi vivo istante per istante, con la gioia che lacera l’intensità dell’unica certezza. E non c’è nulla di mistico in tutto questo, ma un’allegria tutta immanente, un gesto di pace che si raccoglie in tenerezza.

Il rumore delle mani

Sin da bambini si impara misurando le distanze attraverso l’intensità dei rumori e l’alternanza di silenzi e suoni.

la profanazione di una casa vuota
si legge nel silenzio delle dita
quando registrano la pesantezza
del dono nel tonfo di un oggetto
mentre cade

I bambini non fanno che lanciare gli oggetti, buttandoli dal seggiolone per ascoltarne il rumore e imparare così la gravità del cadere. In tutto questo sperimentare-vivere-imparare, le mani e l’udito tornano a essere complici nella lettura e nella spiegazione del mondo, creando una sorta di secondo linguaggio.
Gli adulti invece si lanciano direttamente nel vuoto, senza la prudenza istintiva dei bambini.
Gli adulti usano le mani con la consapevolezza diretta di causa ed effetto e a volte uccidono con le mani, altre amano e dopo aver amato odiano o posseggono fino al delirio estremo della fine.
Creano anch’essi un secondo linguaggio ma, in questi casi, privo di comunicazione, sordo alla conseguenza del gesto e dell’azione, chiuso in un atto impositivo che nulla ha a che vedere col danno innocente dei bambini.
Anche il rumore delle mani adulte può essere delicato come una carezza, può modularsi in suono con la sapienza dell’esperienza di una vita, con la memoria dell’infanzia giocosa, nell’attesa di una vecchiaia di pacata saggezza. Eppure, nonostante tutta la conoscenza pregressa di secoli e storia, di scoperte e traguardi di arte e scienza, sempre più mani si mortificano nel sangue sacrificale di infanzie tradite, di madri e mogli sgozzate, di generazioni depredate dall’uso criminoso di mani che, giorno dopo giorno, si impossessano del loro futuro.