“poesie per Francesco e altre cose”

I.

Dunque ti dicevo, amico caro,
che la neve qui non arriva a gelare il mare
e la pioggia si fa densa come si conviene
alla lentezza di una danza che inzuppa
le fosse le offese le parentesi quadre
delle mie incertezze.
Poi allora e ancora, ti direi, mio caro
quanto senza te non avrebbe più senso
il giorno e la tua lotta, la malattia,
l’offesa di una società maldestra,
dimentica, nell’agonia lenta,
che tutto lecita senza riservo,
e ti dicevo – amico sempre caro –
quanta sofferenza l’assenza di giudizio
come mi hai insegnato
nel prendere posizione pagando il dazio
della colpa e del peccato
della libertà di pensiero.
Nulla mi è stato dato di più prezioso
che il conoscermi davvero
e un paio di ali per volare in cielo
e da lì guardare il mondo con distacco,
niente mi è stato dato di più vero
di una mano per dirmi: “vola”
e del silenzio paterno che indica senza consiglio.
Dunque amico mio, questa buonanotte
arriva adesso come ouverture di una quieta
forma di giudizio, una rassegnazione consapevole
alla solitudine del mondo
che nulla mai potrà levare o aggiungere
alla serenità del tuo passaggio
nel mio cuore.

leggerlo non serve a niente

Comprato con grande entusiasmo, ammetto di essermi addormentata inesorabilmente leggendolo. Sto parlando dell’ultimo di Walter Siti, quello del premio Strega, “Resistere non serve a niente”. Roba che quando finisci di leggerlo ti chiedi come sia possibile premiarlo e peggio, come sia possibile che la letteratura italiana sia caduta così in basso, tanto da farmi pensare che al confronto un Faletti scrive da dio. L’inizio prometteva, parlo delle prime dieci pagine in cui il libro si presenta sotto forma di saggio breve sulla monetarizzazione dell’immagine e della propria identità, ma si rivela subito dopo come una mazzata dietro il collo, non appena ti accompagna dentro la storia, bolsa quanto il personaggio che la rappresenta. Il linguaggio è sciattissimo, i dialoghi a voler essere buoni, tremendi. Ogni tanto qui e lì, fa capolino qualche ricercatezza linguistica accompagnata a qualche tecnicismo, che stona con il resto che  appunto risulta piatto fino all’inverosimile.
Insomma un libro brutto brutto: meglio di altri, peggio di altri – ancora diranno in molti -, tutto sommato semplicemente un libro nella media.
Alla pesantezza del testo e del linguaggio “repellente” come la materia dei dialoghi cui si accompagna, fa da sfondo una trama noiosissima incentrata sul solito mondo vuoto di donnine e denaro, che non sopporto più di leggere anche quando l’obiettivo, condotto con spirito critico, fosse proprio quello – più o meno riuscito – di additarne le falle e la miseria interiore.
In conclusione, se questo libro è letteratura tanto vale sfogliare dal parrucchiere pagine e pagine di giornaletti gossip alla sua stregua, con il minimo sforzo cerebrale e la compiacenza di qualche ridicola foto con i corpi in decadenza stiracchiata dal chirurgo di grido.
Ah! un’ultima cosa: gli asterisci per camuffare presunti nomi “eccellenti” (dico, un par di palle: o li fai o meglio che ti dia alla più dignitosa presunzione d’invenzione!) sono insopportabili almeno quanto la definizione di “croccante” riferita alle mozzarelle.
Con questo caldo non riesco ad essere magnanima: evitatelo.

la vallata di Cheng

“Ecco, vedi? Questa è la vallata di Cheng”

Il tempo di vederla appena che già mi svegliavo.
Era una distesa immensa, ordinata e regolare,
degradava lentamente in una conca che dava l’impressione di essere sconfinata e aperta,
sebbene apparisse inconfutabile come certezza
che fosse cinta da un abbraccio di montagne di cui si percepiva la presenza
come qualcosa di imponente ed evanescente nello stesso tempo,
sì da non limitare lo sguardo di questa visione a perdita d’occhio.

A coltivare la vallata era un vecchio, Cheng, appunto.
La indicava con la serenità con cui si mostrano le possibilità dell’infinito.
Sorrideva senza sorridere
con una leggerezza consapevole, priva d’orgoglio, senza possesso.
Una straluntata pacatezza perdurò al mio risveglio.

citazionismo ed esempi di rara umanità

beh, alcuni mi regalerebbero la playstation, pensano che io valga meno di un cane e mi prenderebbero a calci in culo.
I poeti, si sa, godono di una rara riserva di umanità, salvo poi citare “Dave” – come fosse un caro amico – all’occasione, senza considerare che un suicida schifato del/dal mondo (letterario e non) quale “Dave”, come minimo si rivolterebbe nella tomba sapendo di esser tirato continuamente in ballo da certi polipi della letteratura.

apprise par cœur

“La paura è il sentimento che più ci spaventa”

capisco che letta così possa apparire una frase scontata e sciocca, ma non lo è se ci soffermiamo a pensarci su senza preconcetti, con la semplicità delle parole.
In fondo non c’è nulla di più tremendo dello sgomento che la paura incute. E la somma paura è il trapasso, il distacco, la lacerazione del sé pensante dal suo corpo.
Cos’è poi la morte se non la scissione, il lascito, l’assenza di pensiero, la perdita di una vita learnt by heart, apprise par cœur?
La mia memoria.
L’idea di vivere la paura del distacco è la peggiore punizione che l’esistenza per natura impone. Forse per questo bisognerebbe imparare ad amare la paura,
renderla una bestia in petto,
meta e cammino, ruggito interno,
dolore dolorosamente delicato, frescura di membra, incendio d’ossa
per congiungersi alla fine del travaglio a un nuovo lascito di luce:
la dipartita.
Dacché lasciare, partire, andare via sono sinonimi che presuppongono sempre l’estremo saluto, quello senza ritorno.
Eppure quanta delicatezza, quanto pensiero e quanta cura rimangono. Quanto?
Solo facendone dolorosa coscienza, amatamata generosa incoscienza che rimane e va oltre noi, solo facendo della paura questo panno assorbente di accoglienza e distacco, ogni nostro timore non potrà far tremare più dell’eredità di noi come traduzione di fiato e significato.

Eterea immanenza, flagranza di reato.
Remissione di colpa.
Rimpianto.

cry wolf

delicatezza ferale, mia bestia
fiorisci al centro, grancassa d’ossa.
diaspora in vita, germoglio di morte
raccogli in autunno i capelli in_terra
(un mazzo di viole, incenso, ginestra)
rammentino un pianto purché non si senta:
Indaco dei mattini, mia inaudita violenza
di gioia partorita ricomponimi l’ossa
poi resta un istante e ancora un oltre
il tempo necessario perché io sia niente