#5 il corridoio

La sequenza dei numeri disposta sui due lati opposti –  pari a destra, dispari a sinistra, presupponendo un verso di attraversamento che si inverte, ovviamente, se si procede al contrario – si mescolava all’odore della moquette che aveva il compito di assorbire i passi degli ospiti celandone le rispettive esistenze e i loro movimenti in entrata e uscita dalle porte numerate di un alberghetto a tre stelle, tra l’incrocio del vialone che conduce alla Chiesa Maggiore e il largo di Piazza Stazione. Il senso ovattato delle possibilità nascosto dentro il silenzio delle quattro mura, esercita su me un fascino peccaminoso e promiscuo nella fantasia degli ignoti possibili incontri. I luoghi di passaggio sono un guazzabuglio emotivo, carico di vita, di pulsioni. Nel percorrerlo con in mano il portachiavi d’ottone a forma di campanella piena, silenziosa, che al posto del vuoto e del battente ha un numero inciso che decreta che dormirò a sinistra, nella stanza cinquantasette, penso all’ammasso di vite in movimento, in continuo passaggio che abitano temporaneamente quel crocevia di corse e pelli e dita e mani che aprono maniglie, ripongono i soprabiti negli armadi freddi con tre grucce appendiabiti quale unica terna di possibile scelta per non spiegazzare i vestiti migliori ammassati nella valigia. Attraverso il corridoio annusando come un segugio tracce di quelle esistenze, scie di odori vivi di carne, di donne, di uomini prevalentemente. Continua a leggere…

#4 Europa

Nell’aria si respirava il canto di una guerra antica, Europa era una fanciulla vecchia con occhi avidi come la fame e una bocca stretta sul silenzio dei suoi peccaminosi errori. Se ne stava seduta all’attracco numero zero del porto di una Cipro in rovina, presidiata agli angoli delle strade. I gomiti poggiati sulle ginocchia reggevano avambracci e mani, su cui dondolava un viso mesto che osservava l’abisso dei colori del suo mare. Le si avvicinò un uomo sulla sessantina, aveva un’anca offesa, secca e corta e un bastone per equilibrare l’andatura claudicante; era vestito bene: doppiopetto scuro, camicia celeste, cravatta scura come il pantalone appaiato alla giacca. Lasciava una scia di profumo forte, che in un primo momento si inspirava con il piacere di qualcosa di buono, da contrapporre al pessimo gusto che la lingua percepiva nell’aria di terrore e protesta che avvolgeva la  città intera, Continua a leggere…

#3 il vecchio salice

Non sono certo che fosse un sogno. Ci sono stati di coscienza illuminati dalla grazia in cui la consapevolezza di sé si perde e trasmigra oltre le grida del presente, al di là dell’orizzonte. C’era un tronco attorcigliato di radici rugose, mi è impossibile dire precisamente quale fosse il numero esatto delle sue braccia, alcune forti, altre esili appena ingemmate. Le foglie come piume, le radici come grosse cosce muscolose, salde, pronte allo scatto come le gambe di un atleta immobile sulla pista in attesa dello sparo. Continua a leggere…

#2 l’aragosta

Nel capitolo precedente ho detto “mi rifiuto”
C’è un dannato senso di libertà in questo silenzio scritto di nascosto, un’anarchia pulsante e vitale nella mia autodistruzione.
E’ come una risata profonda sulla mediocrità che mi strappo di dosso con le unghie, a mani nude.
Sudo. Fa freddo, sudo. Scrivo necessità e bisogni, pulsioni semplici e animali. Paure e alambicchi per cancellare il terrore. Sono un contrasto che si va spegnendo, la fredda superiorità del cervello che osserva la bassezza di quanti mi hanno messo le mani addosso: Continua a leggere…

#1 un tempo

Non permetterò più che i miei versi siano letti. Un tempo ci fu più d’uno che riferendosi a me, mi appellò poeta. A dire il vero qualcuno lo fece con cattiveria, con ironia sottile, i meno con slancio, pochissimi con sincero amore.
Non mi sono mai nominato tale, ho sempre pensato a me stesso come esigenza di memoria e traduzione del tempo in scrittura.Continua a leggere…