le architetture dell’orrore

le architetture dell’orrore
(Auschwitz)

(mini-silloge che esplora le stanze, i cubi, in cui si muovono le esistenze. Da sempre l’uomo ha cercato riparo costruendo i suoi spazi, talvolta semplici, altre grandiosi. Opere d’arte, ma anche prigioni. Le stanze di questo estratto hanno un destino, quello di determinare e raccogliere il respiro della storia.)

premessa per entrare nelle stanze dell’orrore

La delicatezza deve possedere la volontà di un gesto deciso
È un bilico continuo reggere il confronto
tra apparenze e distanze che il verbo deve assoggettare
all’attimo che precede ogni dire
L’intuizione
che niente si spegne con la fine.

I.

l’odore degli oggetti, il letto, la parete
lo scheletro delle parole dentro il taglio netto della continuazione
ferita o congiunzione retta tra muro e muro
tra dentro e dentro e ancora più dentro
e ancora più vuoto

II.

per contare i giorni
da questo niente alla fine
incrociamo un passo, un altro
poi un respiro
si sentono parlare le pietre
il sangue [ ricordi il nostro sudore?
quello di ieri
quello che avevi

III.

ci siamo messi in processione
senza parole per pregare

la luce era un’ombra leggera
nascondeva le paure

si sentivano le caviglie
i polsi chiacchierare
un fruscio mesto
come un addio
un silenzio infame

IV.

[i letti a castello per i bambini
sono montagne troppo alte da scalare:

quanti sogni potranno ancora
le stelle
quanti giorni ancora
di neve

– fa freddo –
la puzza è un profumo
da annusare fintanto che siamo]

V.

una ninnananna ancora
una litania, quasi un singhiozzo

“Un coniglio parigino aveva un parasole
Portava rose e viole
Un coniglio parigino ieri l’altro l’han mangiato
Com’è buono, com’è buono lo stufato”

si addormenta
tengo il tempo del respiro

domani è l’alba di ieri
i giorni ci accartocciano ai muri
i piedi sono freddi
il pavimento non ha colore.

VI.

quanti morti ancora dovremo contare
la tacca sul muro dice è aprile
domani maggio se si potrà arrivare

forse qualche fiore, un filo d’erba:
cerco papaveri con gli occhi
per sperare

VII.

Le stanze hanno una loro naturale esistenza
le puoi riempire e vuotare
le puoi ruotare, camminare ossessivamente
tracciando diagonali nel sonno delle vite ai suoi estremi

Le puoi violare le stanze
le puoi maledire
ma hanno una loro naturale esistenza
che contiene e va oltre noi.

VIII.

La vecchia ripete il movimento del corpo
come un pendolo che va al contrario.
Detesto osservarla scandirmi il tempo
col viso scarno di chi non dà tregua
alla speranza.

IX.

Ora mi sento in colpa per averla odiata
ho sperato che fosse proprio lei
la prima
È stata la terza in successione

Quando l’ho vista incamminarsi
ho sentito sporche le mie mani
come i pensieri
che qui si mischiano ai rimorsi
di chi nel dolore sa trovare lo spazio vitale
per sferrare il colpo e farsi attore
di una scorciatoia tra bene e male,

come se tutto qui fosse normale
accettando le cose nel loro rituale orrore
segnato dalle dita secche di pelle e i ricordi
di una bellezza che era concessione scontata
ai colori dell’incarnato

che si spegne
nel terzo numero in successione
che mi porta via con sé
nell’attesa di un pendolo che all’incontrario
segni il tempo della fine.

X.

ogni addio necessita un taglio netto
un’incisione acuta
la traduzione di uno stato d’ansia
che s’arrota le lame in silenzio

XI.

non importa dove siamo ma la meta
tu cura il traguardo, l’ombra viva
del pensiero perché sia memoria.

***

2 pensieri su “le architetture dell’orrore

  1. “Niente si spegne con la fine” perchè non c’è mai una fine, c’è memoria. E’ la memoria che rischiara gli spazi che l’uomo (si) costruisce. Dentro e fuori.
    Sandro

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