tu non dargli mai quel nome

Si chiamava Carlo anche il mio Carlo
diciassette anni e un colpo di fucile da sotto il mento
il giorno del funerale la chiesa era piena di dolore
un dolore giovane, un’intera generazione

sono passati ventiquattro anni dallo sparo
la metà per l’altro Carlo, quello di tutti
quello che gli intitolano una piazza
per cancellarne la macchia dalla coscienza di Stato

Passano gli anni, aumentano i vuoti
di Carlo in Carlo, di gioia in dolore.
Se nasce un figlio tu non dargli mai quel nome
non dargli neanche il mio qualora fosse una bambina

questo mondo si apre e si chiude
nel vagito di un travaglio interiore
e a nulla importa chi mantenga la traccia
l’ombra veritiera di una vergogna, di una memoria.

#10 – Era l’unica cosa da fare

Era l’unica cosa da fare”, ripeteva tra sé, stringendo i lembi del cappotto sul petto. Non aveva mai creduto alle cose durature, all’eterno manco a parlarne, ma non riusciva a dimenticare quel volto, quello che avrebbe dovuto cancellare col suo solito cinismo.
La stagione delle cose passate, quella degli ideali per cui lottare si era spenta dentro il suo sguardo cupo, che a guardarlo bene fino in fondo, rifletteva un abisso di paure e rimpianti infantili, che solo gli abbandoni ingiustificati possono generare.
Aveva visto disfarsi ogni angolo dalla casa. La famiglia sgretolata dai suoi errori. I suoi errori erosi dall’amore morboso di una borghesia esistenziale che lo voleva incastrare.
Come si nasce anarchici?”, si chiedeva.
A ben vedere è un dato esistenziale”, diceva.
Genetico”, gli avrei voluto suggerire, tuttavia l’aggettivo che avevo scelto cozzava, ingiustificato, con la postura perfettamente adagiata all’equazione sociale che la sua famiglia aveva sempre espresso, godendo del rispetto e della stima di tutto l’apparato partitico e familiare di quella città così piccola e tanto stretta da farlo soffocare.Continua a leggere…