Before the flood, 10

La dimora del tempo sospeso

Immagine di Michele Guyot Bourg

James Harpur

    Il tuffatore di Paestum

    Dipingi questo sarcofago di pietra
    Con scene del mio convito funebre.
    Raduna i miei compagni d’un tempo
    E ponili sopra letti morbidi.

    Fa’ che il vino sciolga loro la lingua
    Carezza le carni dei loro efebi
    Succhia a baci dai flauti melodie
    Trai armonie pizzicando le lire.

    Tutto mi son lasciato dietro.
    Scorie di vino mi impastano la lingua
    La musica fa stridere il silenzio
    E pelle sulla pelle mi disgusta.

    Dipingi tinte ricche e veritiere
    Fa’ che la sensualità colori
    Questo sepolcro gelido ed ascetico –
    Ad eccezione dell’interno del coperchio:

    Qui fai vedere l’oceano sconfinato
    Uno o due alberi con rami come felci
    La sagoma di un trampolino;
    Che tutto sia essenziale e delicato.

    E raffigurami senza veste alcuna
    Un’anima nuda in volo e rilucente
    Che attraverso la mia vita sensibile
    Si tuffa nelle acque dell’oblio.

Traduzione di Francesca Diano

(continua a…

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“La curva del giorno” di Biagio Cepollaro, Una vita possibile fuori dalle righe della storia

perìgeion

 Di Christian Tito

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(Fotografia di Dino Ignani)




Mentre nell’estate a tratti torrida impazzava l’ennesima discussione sulla morte della poesia nel nostro paese, rinfrescavo mente, spirito e corpo attraverso la terza lettura di un libro che mi fa sorridere e pensare che la poesia invece non è morta (e mai morirà) e, in alcuni casi, gode di ottima salute.
“La curva del giorno” di Biagio Cepollaro, libro uscito a inizio anno per L’Arcolaio, è, secondo me, un libro che si discosta profondamente dai canoni della poesia italiana contemporanea sia in senso formale che in merito ai contenuti.
Non sono in grado di formulare un’analisi accurata di ciò che rappresenta all’interno di tutta l’opera di Cepollaro perché sono un lettore affamato e onnivoro ma anche molto disordinato e del poeta originario di Napoli avevo letto stralci di libri attraverso la rete mentre questo è il primo che ho gustato sulla carta e…

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Storie di Damiano Sinfonico

perìgeion

STORIE

di Amara

Una delle cose che mi ha più colpito, leggendo Storie,  l’opera prima di Damiano Sinfonico edita da L’Arcolaio, è che sono storie senza età, non  generazionali  ed è per questo che, anche  se  l’autore è giovane e io non lo sono più, ho potuto sentirle e farne parte.

Il tono del suo verso  è spesso descrittivo eppure, forse per la brevità dei componimenti, non suggerisce noia né eccessiva personalizzazione, ma riesce ad essere perfettamente propedeutico al punto focale, al senso, quello che ognuno sente di dare. Anche il ritmo, pur non avendo una particolare musicalità, scorre fluido e piacevole.

Sono testi pacati che, pure in densità, sanno farsi ascoltare sottotono e avendo avuto il piacere di incontrare l’autore, sembrano non essere figli di alcuna forzatura, davvero simili alla voce di chi li ha scritti.

Per una nota più precisa sulla poetica cito il prefatore Massimo Gezzi…

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Rosaria Lo Russo, Nel nosocomio

perìgeion

rosarialorusso-10

di Roberto R. Corsi

La società produce paura, la paura catalizza il desiderio di sicurezza, il desiderio di sicurezza genera l’opportunità etico-economica di meccanismi di salvaguardia doppiamente “esclusivi” – isolanti e basati sulla solvibilità; segue una fase di appagamento; poi improvvisamente, per la stessa logica etico-economica, dal nosocomio si scivola, tra vane resistenze, nel dormitorio.
Il sistema binario nosocomio-dormitorio (nient’altro, quest’ultimo, che la nostra cruda destinazione) è all’inizio del libro luogo allegorico, poi non-luogo nella misura in cui non crea identità relazionale ma ospita un coacervo di individualità in transizione (un gruppo basato più che altro sull’arrangiarsi e sul si salvi chi può). Per finire con la terza sezione, efficacemente definita “Spoon River glocalizzata”, attraverso la quale, tra elegie funebri via via grottesche glaciali o dolci, viene svelato il già evidente, ossia l’identità tra costruzioni fantastiche e (in-)civilità contemporanea.
Dopo la prima uscita nel 2011 e alcuni inediti fatti circolare…

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Le architetture dell’orrore. Monologo in undici stanze.

Carteggi Letterari - critica e dintorni

E’ il 27 gennaio e, ormai da undici anni, ogni ventisette di gennaio si torna a parlare e polemizzare sull’utilità di celebrare la memoria dell’Olocausto e la liberazione del Campo di concentramento e  sterminio di Auschvitz, avvenuto nel corso de La Grande Offensiva dell’Armata Rossa, il 27 gennaio del 1945. La settimana del 27 gennaio anno dopo anno va perdendo di vista il suo obiettivo principale, saturando l’informazione con discussioni sterili, o peggio pavoneggianti, sulla retorica della memoria, sull’inutilità dell’istituzione di una data in cui celebrare una memoria tanto scomoda da meritare l’etichetta dell’ipocrisia, del fastidio, della noia, del trito e ritrito talmente ripetuto e celebrato da causare irritata indifferenza, un distacco emotivo assuefatto e malato che non si ferma al passato, ma si protrae ed estende al presente, al punto di “banalizzare il male” come qualcosa che comunque non ci appartiene se non come spettatori inermi…

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Sono la foce e la sorgente

Sono la foce e la sorgente: la poesia di Lorenzo Pittaluga a cura di Marco Ercolani

La dimora del tempo sospeso

Lorenzo Pittaluga

Lorenzo Pittaluga

Pensare l’oltre

     Se è vero che la malattia psichica determina spesso una sensibilità particolare, come se non ci fosse più lo schermo della pelle a riparare dalla percezione esterna del mondo i confini dell’anima e a proteggerla dall’invasione interna dei fantasmi, di questa sensibilità Lorenzo si fa testimone. Volendo fuggire dall’inevitabile cronicità della sua sofferenza psichica – ricoveri protratti, abusi farmacologici, episodi confusionali -, Pittaluga non agisce in modo sommesso ma con un tuffo euforico nell’estasi della poesia e nell’ignoto della morte, pervaso dalla stessa esaltazione con cui raccontava a me, ancora diciassettenne, il delirio di essere santo. «Mai stato un giorno senza paura, / senza la luminosa paura / di essere dimenticati» (Remo Pagnanelli).

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L’Attesa – un film da Oscar

Mia recensione a L’Attesa, di Piero Messina

Carteggi Letterari - critica e dintorni

di natàlia castaldi

My heart is beating in a different way
been gone such a long time and I feel the same
my heart is beating in a different way
been gone such a long timeWill you miss me?
When there’s nothing to see?
Tell me, how did this come to be?
And now there’s no hope for you and me

(da Missing, The XX)

Con questi versi cantati su una base da cardiopalmo si apre L’Attesa, prima prova nel lungometraggio per il siciliano Piero Messina che dirige un’intensa Juliette Binoche e la giovanissima Lou de Laâge. Un film “terrific” direbbero gli inglesi, perché nella radice di terrore e sgomento propria all’aggettivo, si aprono e si snodano la delicatezza, la drammaticità, la lentezza e la passione che l’elaborazione di un abbandono e di un’assenza sono capaci di scatenare nell’intimo, ancestrale e irrazionale femminile.

Ponendo allo specchio due donne:…

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prose da “Il volto perfetto della morte”

[ogni addio necessita un taglio netto
 un’incisione acuta
 la traduzione di uno stato d’ansia
 che s’arrota le lame in silenzio]

Prepararsi alla fine è un atto di misericordia terrena.

I.

Pensiamo alla malattia come fosse qualcosa di estraneo ed esterno a noi: una minaccia, una iattura o, comunque, come qualcosa che mai dovrebbe intaccare l’ordine perfetto dell’abitudine del nostro vivere; ma la malattia non è altro che il vivere stesso, parentesi o direzione finale del viaggio, essa è anche occasione di luce e ridimensionamento delle cose nell’abisso della consapevolezza del nostro termine. C’è tanta beatitudine da scoprire nell’interazione delle cose e degli eventi con la parte più umana e fragile del nostro corpo e delle sue limitate funzioni animali. Scoprire la felicità irriducibile della sopravvivenza riporta a uno stadio di libertà ferale che, nell’immanente, riconosce lampi di numinosa trascendenza. La sofferenza è un’esperienza da accogliere come occasione di umana salvezza.Read More »

da “Il volto perfetto della morte”

La necessità è un volo basso
un passo laterale appena rasente
la superficie malata delle cose
come sono, loro,
e io.

Non si può fissare il sangue tra i secondi e le arterie
come fosse inchiostro per garantirci a firma
bene e male.
Forse sarebbe più saggio un piccolo gesto di morte
trafiggere un quadro
fin dentro la parete che ci contiene

ma tu lo sai,

io mi soffermo sugli interni, sulle cose che accumulano polvere.
Fuori è tutto ciò che non mi appartiene e respira.
Gli oggetti invece mi somigliano, sono senza chiedere di essere,
io non devo loro nulla, loro mi contengono per ignavia e fattura.

Sparire è come fissare l’attimo preciso di un istante che muore, una
pellicola sbiadita destinata a impallidire, un pensiero che svanisce
l’immagine confusa di un seno tra le dita e una mano che ne scrive
la morbidezza senza tatto.

Labbra piccole su piccole labbra
come essere per te ieri
il lutto di domani

L’accidia delle rondini

[ebbero le occasioni per le trecce
e i pantaloni corti, finché non bastò
che poco più di un silenzio a coprirne
i corpi con la mano, come una foglia
di fico, il gesto di Adamo, e declinarono
ogni splendore passato all’insolenza
dell’infinito.]

*

C’è stata una casa quasi forma
della loro appartenenza, in cui le pareti
avevano la voce delle braccia
nei corridoi, tra le notti, dei primi vagiti
quando il silenzio delle rondini
garrisce l’accidia dei nidi abbandonati
al bisogno di tepore, di un becco da sfamare.

*

Avevano coltelli nella bocca
ore infinite a far ombra alle ciglia
la città come margine di scarto
tra l’incuria del lago e una stanchezza.
Correva l’anno di quel che era stato
la casa e due pareti, un argano,
un imbuto. Sarebbero arrivati
laddove vira il vento, tra resti
di bottiglie e peccati senza tempo.

*

[Betsabea sbocciò come una rosa d’acqua
e dal peccato nacque la saggezza]

La vita è un velo impuro
un’organza macchiata dal principio
una crocifissione alla morale acquisita
una resurrezione d’istintiva sopravvivenza.

*

C’è sempre una finestra, un tavolo, una
sedia, e ci sono ancora le cose a far
risaltare la nudità del nostro
essere presente e osceno dell’immaginario,
realtà e diritto negato,
possibilità o negazione del fiato.

*

Lo sguardo si poggia su tavoli e cose
delle quali percepisce la materia che non è più,
la distanza tra quanto sarebbero per natura
e la trasformazione morfologica che è stata loro imposta.

*

il senso dell’assenza è invadente,
confina in un angolo al margine delle
pareti, taglia la continuità del percorso
tra lo sguardo e il muro, ti dice
che la deviazione è una sorta di conseguenza,
una gabbia, una parvenza di movimento
inscatolato al limite dello spazio
tra l’illusione dell’aria e l’esistenza sottovuoto.

*

un freddo innaturale come un vuoto
raccoglie il battito sui polpastrelli
– up and down up and down – giri di vite
scavano ad ore i minuti le arterie
mentre si crepano di un suono sordo
gli occhi in attesa del nulla nel vento

*

si apre e si chiude la ragione
dei fatti speculari alle parole
– dopo tutto cosa resta? – diceva,
– è una malattia il giorno, la putrida
verità del nostro orgasmo –.

Poi passarono mille anni
che furono solo giorni
finché non si perse il conto
di ogni chi, di ogni quando.

[…]

Paradigmi per una diversificazione della scrittura poetica: il ritmo e l’oggetto

Cinema all'aperto. Le signorine attendono la nuova programmazione (scatto di natàlia castaldi)
Cinema all’aperto. Le signorine attendono la nuova programmazione (scatto di natàlia castaldi)

1.
Vorrei che la parola fosse un corpo freddo | da osservare col distacco della morte, | un’estrema forma d’arte inchiodata al muro, | alla carta, | alla parete delle ossa; | scoprire nello sguardo di chi legge lo stesso cinismo che muove le dita, | quella furia fredda e calma, ossessiva e maniacale, di amare le cose fino a vederne la loro lenta distruzione. || Sarebbe tutto quello che resta, | la parola-reliquia delle ossessioni che l’hanno scomposta, | una morte fissa che sconfigge la vita nel suo finire. | L’ultimo possibile atto d’amore. ||

2.
L’attitudine a far perno su ogni particolare | che inceppi la lingua dove il dente duole | ha un non so che di amorale | come tutto ciò che fa dell’arte una pura fissazione. | Si è parlato di “distrazione” centrando l’oggetto dell’agire intorno alla parola che divide, frammenta e spezza la sequenza logica dell’azione. L’assioma del filologo dal centro parola si allarga a raggiera, comprende l’opera dal basso, come il tonfo di un sasso comprende l’inquietudine dell’acqua nella sua postura fintamente statica, che pure illude con apparente fermezza lo stato di attesa preesistente all’azione posta in arte, come tuffo en abîme che si rinnova in superficie con l’argomentazione di un diapason d’acqua.

3.
Non splende “aura” alcuna?
Non si potrà negare che la disconnessione aprioristica degli elementi dall’insieme non presuppone affatto una randomizzazione degli stessi in un aggregato a caso. Qualunque elemento si collochi nel divenire dell’intento logico del dire, ha sua dignità espressiva a prescindere dal contesto in cui si muove, ma al contempo inscindibile dalle correlazioni storico-letterarie e sociali in cui si muove l’ autore. La negazione dell’interazione degli agenti esterni ed interni all’arte stessa, si fa oggetto di indagine scientifica che viviseziona, ma non funziona.

[…]

L’elogio dell’incompiuto” 4.

 

Un’inconsueta lentezza nel latte al mattino
accompagna la pesantezza del pane duro a colazione.
Un senso di incompiutezza ricopre l’aria,
le signorine ortensie e la vecchia palma
colma di datteri sempre in offerta.
Si dice che l’amore si semini per sradicare le ortiche,
io vorrei rovi di parole per sciogliermi le labbra
e tentare una risposta all’ombra dietro la credenza
che minaccia la parete scoscesa nell’incavo della coscienza
sì che fosse normale che d’agosto s’intreccino le vie d’aprile:
“oggi è il ventotto” – nel trasalire al computo delle cose del reale –
_____________________  “ricordo bene il fiorire dei vetri

_____________________   colorati sui viali dello stupore
_____________________   privo della nostra consistenza”.

 


 

il 28 è un numero ricorrente nella mia kaballah, l’intero computo numerico temo possa solo restare parte del mistero di quanto rimane oltre il compiuto e l’incompiuto.