da “Il volto perfetto della morte”

La necessità è un volo basso
un passo laterale appena rasente
la superficie malata delle cose
come sono, loro,
e io.

Non si può fissare il sangue tra i secondi e le arterie
come fosse inchiostro per garantirci a firma
bene e male.
Forse sarebbe più saggio un piccolo gesto di morte
trafiggere un quadro
fin dentro la parete che ci contiene

ma tu lo sai,

io mi soffermo sugli interni, sulle cose che accumulano polvere.
Fuori è tutto ciò che non mi appartiene e respira.
Gli oggetti invece mi somigliano, sono senza chiedere di essere,
io non devo loro nulla, loro mi contengono per ignavia e fattura.

Sparire è come fissare l’attimo preciso di un istante che muore, una
pellicola sbiadita destinata a impallidire, un pensiero che svanisce
l’immagine confusa di un seno tra le dita e una mano che ne scrive
la morbidezza senza tatto.

Labbra piccole su piccole labbra
come essere per te ieri
il lutto di domani

L’accidia delle rondini

[ebbero le occasioni per le trecce
e i pantaloni corti, finché non bastò
che poco più di un silenzio a coprirne
i corpi con la mano, come una foglia
di fico, il gesto di Adamo, e declinarono
ogni splendore passato all’insolenza
dell’infinito.]

*

C’è stata una casa quasi forma
della loro appartenenza, in cui le pareti
avevano la voce delle braccia
nei corridoi, tra le notti, dei primi vagiti
quando il silenzio delle rondini
garrisce l’accidia dei nidi abbandonati
al bisogno di tepore, di un becco da sfamare.

*

Avevano coltelli nella bocca
ore infinite a far ombra alle ciglia
la città come margine di scarto
tra l’incuria del lago e una stanchezza.
Correva l’anno di quel che era stato
la casa e due pareti, un argano,
un imbuto. Sarebbero arrivati
laddove vira il vento, tra resti
di bottiglie e peccati senza tempo.

*

[Betsabea sbocciò come una rosa d’acqua
e dal peccato nacque la saggezza]

La vita è un velo impuro
un’organza macchiata dal principio
una crocifissione alla morale acquisita
una resurrezione d’istintiva sopravvivenza.

*

C’è sempre una finestra, un tavolo, una
sedia, e ci sono ancora le cose a far
risaltare la nudità del nostro
essere presente e osceno dell’immaginario,
realtà e diritto negato,
possibilità o negazione del fiato.

*

Lo sguardo si poggia su tavoli e cose
delle quali percepisce la materia che non è più,
la distanza tra quanto sarebbero per natura
e la trasformazione morfologica che è stata loro imposta.

*

il senso dell’assenza è invadente,
confina in un angolo al margine delle
pareti, taglia la continuità del percorso
tra lo sguardo e il muro, ti dice
che la deviazione è una sorta di conseguenza,
una gabbia, una parvenza di movimento
inscatolato al limite dello spazio
tra l’illusione dell’aria e l’esistenza sottovuoto.

*

un freddo innaturale come un vuoto
raccoglie il battito sui polpastrelli
– up and down up and down – giri di vite
scavano ad ore i minuti le arterie
mentre si crepano di un suono sordo
gli occhi in attesa del nulla nel vento

*

si apre e si chiude la ragione
dei fatti speculari alle parole
– dopo tutto cosa resta? – diceva,
– è una malattia il giorno, la putrida
verità del nostro orgasmo –.

Poi passarono mille anni
che furono solo giorni
finché non si perse il conto
di ogni chi, di ogni quando.

[…]