le parole che vennero dopo

Frammenti di un lavoro in divenire:

Le parole che vennero dopo

Il progetto parte da Le architetture dell’orrore, che può considerarsi prologo dell’intero libro, e proseguirà con la vita di due donne che a specchio canteranno la loro percezione del mondo e degli eventi, i piccoli frangenti, le vicessitudini, gli incontri, le ansie, le paure, le passioni, i ricordi.
Il libro si apre dall’epilogo che le coinvolge entrambe e fonderà tecniche di scrittura diverse in un unico percorso narrativo.
(nc)

Continua a leggere…

Il rumore delle mani

Sin da bambini si impara misurando le distanze attraverso l’intensità dei rumori e l’alternanza di silenzi e suoni.

la profanazione di una casa vuota
si legge nel silenzio delle dita
quando registrano la pesantezza
del dono nel tonfo di un oggetto
mentre cade

I bambini non fanno che lanciare gli oggetti, buttandoli dal seggiolone per ascoltarne il rumore e imparare così la gravità del cadere. In tutto questo sperimentare-vivere-imparare, le mani e l’udito tornano a essere complici nella lettura e nella spiegazione del mondo, creando una sorta di secondo linguaggio.
Gli adulti invece si lanciano direttamente nel vuoto, senza la prudenza istintiva dei bambini.
Gli adulti usano le mani con la consapevolezza diretta di causa ed effetto e a volte uccidono con le mani, altre amano e dopo aver amato odiano o posseggono fino al delirio estremo della fine.
Creano anch’essi un secondo linguaggio ma, in questi casi, privo di comunicazione, sordo alla conseguenza del gesto e dell’azione, chiuso in un atto impositivo che nulla ha a che vedere col danno innocente dei bambini.
Anche il rumore delle mani adulte può essere delicato come una carezza, può modularsi in suono con la sapienza dell’esperienza di una vita, con la memoria dell’infanzia giocosa, nell’attesa di una vecchiaia di pacata saggezza. Eppure, nonostante tutta la conoscenza pregressa di secoli e storia, di scoperte e traguardi di arte e scienza, sempre più mani si mortificano nel sangue sacrificale di infanzie tradite, di madri e mogli sgozzate, di generazioni depredate dall’uso criminoso di mani che, giorno dopo giorno, si impossessano del loro futuro.

cry wolf

delicatezza ferale, mia bestia
fiorisci al centro, grancassa d’ossa.
diaspora in vita, germoglio di morte
raccogli in autunno i capelli in_terra
(un mazzo di viole, incenso, ginestra)
rammentino un pianto purché non si senta:
Indaco dei mattini, mia inaudita violenza
di gioia partorita ricomponimi l’ossa
poi resta un istante e ancora un oltre
il tempo necessario perché io sia niente

“come si disegna una stella?”

“come si disegna una stella?”
chiese con l’innocenza della dita quando tremano una domanda sulla carta
quasi si trattasse materia oscura e chiara come un’alba,
un tramonto, la natura instabile delle cose
quando si approssimano alla poesia senza bisogno di scriverla
né di menzionarla.

Come si disegna una stella è cosa difficile da dire.
Ci si può orientare come i bambini
tracciando sul foglio un incrocio di triangoli su cui spolverare
una polverina argentata da far straluccicare tutto intorno,
si può argomentare della nascita e della morte della bellezza nell’Universo
o anche perdersi nel silenzio di una promessa
riposta a mezzo fiato
sul collo di uno sconosciuto.

Come disegnare una stella non si può spiegare
ma puoi piangerne il desiderio fino a farla brillare.

(natàlia castaldi per Giampaolo De Pietro – 29.07.2013)

tu non dargli mai quel nome

Si chiamava Carlo anche il mio Carlo
diciassette anni e un colpo di fucile da sotto il mento
il giorno del funerale la chiesa era piena di dolore
un dolore giovane, un’intera generazione

sono passati ventiquattro anni dallo sparo
la metà per l’altro Carlo, quello di tutti
quello che gli intitolano una piazza
per cancellarne la macchia dalla coscienza di Stato

Passano gli anni, aumentano i vuoti
di Carlo in Carlo, di gioia in dolore.
Se nasce un figlio tu non dargli mai quel nome
non dargli neanche il mio qualora fosse una bambina

questo mondo si apre e si chiude
nel vagito di un travaglio interiore
e a nulla importa chi mantenga la traccia
l’ombra veritiera di una vergogna, di una memoria.