Conversazioni col nulla. La terra franata dei nomi di Gabriele Gabbia

Carteggi Letterari - critica e dintorni

«L’esercizio della poesia è una prova di resistenza alle asperità quotidiane e all’indifferenza degli uomini. Le squallide vicende dei giorni presenti paiono sottolineare l’inutilità della poesia, perché essa, sempre più scalzata sui margini, nulla può lenire e a troppi non dice nulla. La poesia è magnificamente superflua come il dolore e troppo fragile in tempi di sopraffazione. […] Scriver poesie nell’assedio in cui siamo invischiati vuol dire caparbietà di non soccombere agli sfaceli, di sopravvivere, tenendo a distanza con la magia del Belcanto, con la pienezza polposa delle parole, con gli esorcismi delle paronomàsie e delle assonanze la Morte»[1]. Così scriveva con sconcertante attualità, a proposito del suo Autunnale barocco, il grande e troppo presto dimenticato Angelo Maria Ripellino, insignendo alla poesia un ruolo di prostrato titanismo e lancinata utopia parimenti applicabile alle poesie di Gabriele Gabbia che, nella sua raccolta d’esordio (La terra franata dei…

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