L’elogio dell’incompiuto – 1.

il miracolo di quelle cose libere che si amano così,
così – quasi fosse
l’impossibilità di domare la pelle del mare,
o la riva del fiume quando devasta la saccenza
delle previsioni oltre l’abisso della sorpresa,
ma è solo
[o_siamo] una parola che svolta
– dunque, eccoci: prossima scena:
il tavolino si allaga [dentro lo sguardo di una donna]
lui osserva. Si suppone che piovesse,
non è detto un pianto, si suppone ancora una sorpresa:
______ lei non chiese, lei non aspetta.
Ricapitolando, dunque:
C’era una donna, poi fu un seno
e più tardi ancora un piccolo ristagno
che chiamarono cielo
come il grido di chi nasce
nel silenzio di chi muore.
Si aggiunsero poi
un’unghia spezzata, lo smalto, pezzetti di memoria,
vetro colorato, calze a rete,
– si disse un tempo di una riga che saliva su per il polpaccio alla coscia:
__________________ un’ascesa al paradiso.

Di tutte queste cose libere è la natura terrena dell’amore
quando mima il suono dentro il petto che sembra mio così pieno,
piccolo grosso, distrattamente andato
giù dabbasso al ventre maturo
– si disse un tempo: turgido, bianco, come qualcosa di incompiuto:

ma la natura distratta delle cose
è un equilibrio di terrena assoluzione,
la sorpresa per ciò siamo, che mai saremo.

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