“Mia madre” e le ferite dell’esistenza

Carteggi Letterari - critica e dintorni

Fallimenti esistenziali, crisi nei rapporti umani, egoismi e cecità, mentre le ferite del vivere irrompono sulla scena e non smettono di cambiare in profondità lo scenario interiore. Su tutto, l’impossibilità di guardare davvero gli altri, di riconoscerli e ascoltarli, in un contesto nel quale prevalgono l’inadeguatezza e l’incapacità di assumersi le proprie responsabilità. Il cinema di Nanni Moretti, e anche “Mia madre” lo conferma, è un viaggio nello “smarrimento del presente”, come il titolo del libro di Roberto De Gaetano (Luigi Pellegrini Editore, 2011), il quale individua in Moretti “l’autore italiano che più di altri ha saputo leggere il presente, percepirne gli smarrimenti, rappresentarne le fratture, ma soprattutto riconsegnarcene le maschere, private e pubbliche, che lo hanno attraversato e per molti versi composto”.

“Io non sono più in grado”, rivelava lo psicoanalista al suo paziente nella Stanza del figlio, prima che in “Habemus Papam” l’inadeguatezza assumesse una dimensione universale…

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