Zoccolino

*per la mancanza di un tè e una fetta di torta
il vecchio morì*

Us and them – Pink Floyd

Morì a novantotto anni, dignitosamente, senza troppo rumore. Una morte solitaria, di quelle morti che generano un piccolo parlare tra le scale di un portone e l’angolo del bar del quartiere, senza superare la soglia del negozio del fioraio, dirimpetto ai gradini freddi del Sagrato di Via della Mercede, cinta dai palazzetti bassi dell’oratorio e del collegio dei salesiani. A chi poteva mancare un vecchio pazzo che raccattava cianfrusaglie in un appartamento umido e poco arredato all’ultimo piano sottoterrazza di un palazzotto di Via Argentieri?
A diciotto anni i suoi capelli erano biondo scuro, ondulati. Il contrasto col biancore della pelle accentuava i riflessi cupi degli inverni spogli. Al contrario, l’estate ne esaltava la ramatura dorata tra la salsedine e i nodi che ne increspavano il volume, lasciando trasparire oltre lo sguardo educato e perbene, il lato oscuro e selvaggio della sua indefinita natura. Nessuno però nel quartiere poté mai giurare di averlo visto giovane o bambino, sebbene lo conoscessero tutti come fosse stato sempre e solo Zoccolino.
La città è quello che è“, ripeteva rivolgendosi ai visi che si fermava a fissare da sotto la visiera di un cappello a falde larghe. Raramente qualcuno rispondeva o sorrideva, solitamente accadeva che il viso su cui posava il suo sguardo si stringesse nelle spalle, contraendosi a distanza e accelerando il passo, per paura che la mano che accompagnava quella frase strana con un gesto teatrale di rassegnazione, potesse sfiorare il soprabito o in qualche modo infettare il quieto scorrere di un giorno qualunque.
Quando sparì dalla circolazione nessuno si accorse di quella strana assenza tra i cassonetti e la miseria della verità quotidiana, solo l’odore acre delle carogne ne rese nota l’esistenza nel ciarlare del quartiere fin dentro la sacrestia e il supermercato, con l’estremo fastidio dei vicini per il puzzo della sua morte.
Ma ciò che sconvolse più d’ogni altra cosa l’ordine inequivocabilmente ripetitivo e corretto di quelle esistenze, nell’abbattere la porta per recuperarne il corpo in putrefazione, fu la scoperta della meraviglia della creazione. L’uomo che raccoglieva oggetti e stracci come fossero cibo di cui campare, aveva lasciato una targa incisa a mano ai piedi di una composizione plastica che riproduceva minuziosamente la sua città, forgiata con l’assemblaggio di tutti quegli oggetti inutili che negli anni aveva raccolto, rendendo finalmente giustizia all’inutilità di quel discorso strano che nessuno aveva mai voluto affrontare:

[La città è quello che è:
un unico scheletro di persone come cose
senza dignità di parola
e coscienza di nome

Riccardo Gambardelli
detto Zoccolino]

4 pensieri su “Zoccolino

  1. personaggio buono per una riscrittura delle città di calvino, dove “invisibili” perderebbe il suo senso visionario per diventare la lettera di un non-esser(ci) che contraddistingue questo nostro tempo mortifero

  2. Anna Maria, Sonia, Lucia: grazie

    @Lucia e Anna Maria: esatto. Il punto è proprio questo, l’invisibilità coincide con l’esserci nell’indifferenza generale; paradossalmente la morte, il non-esserci più genera attenzione, sia pure nel fastidio, provocando un minimo di “rumors”, di “rumore”.

    Lu: tempo mortifero è una definizione brutalmente puntuale.

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