un-po(‘)-etic

In una nave che affonda
gli intellettuali sono i primi a fuggire
subito dopo i topi
e molto prima delle puttane.

Vladimir Vladimirovič Majakovskij

accendo le mie lanterne rosse
come buon auspicio, sull’uscio,
non sempre si apron le cosce,
a volte si accoglie semplicemente un’idea
come fosse un viandante.

1#

L’inadeguatezza è il segno distintivo che marca il nostro “stare” nelle stanze del tempo. Lo spazio, esterno ed interno, non è altro che l’estensione di un’illusione, la presunzione della libertà d’azione nell’attraversare il presente, nel mutare, restando materia in decomposizione. Materia di materia per nuova materia, per nuovo nulla.

2#

Lo spazio come architettura, quindi come progettualità, fallisce al suo primario compito di “proteggere”, “custodire”, sostituendo al senso protettivo del contenimento quello della reclusione: il soffocamento dell’ambiente e del respiro si inginocchia dinanzi alle necessità del paesaggio urbano, cui fa da sfondo la presenza impassibile ed assente degli oggetti, che hanno il privilegio di contenerci, ed in qualche misura di “gestirci” fino a sopravviverci, immobili.

3#

Il contrasto tra ciò che è e quanto appare è appena latente, impercettibile alle volte. Siamo così stritolati dal dover essere da aver perso il piacere di essere. In tale misura la differenza tra dentro e fuori si appiattisce, s’assottiglia. La frequenza del battito s’accelera nel possedere, nell’avere, perdendo aderenza al desiderio da allungare, protrarre, estendere e gestire nell’arco di una vita. Il desiderio come forma di tensione ha perduto dinanzi all’azione, che si concentra in pochi atti, circoscritti alla brevità del piacere presto goduto e consumato. E’ un consumismo dei sensi e dell’intelletto che si vuota a perdere nella discarica dell’insoddisfazione.

4#

La mercificazione della tensione, del “tendere a” con tutto il corpo, lo slancio, l’emozione, la ragione e l’affetto, ha trasformato il modo di comunicare. Ognuno mette in vendita se stesso nella passerella dei saldi da inflazione.

5#

l’immediatezza della rete rischia di travolgere e stravolgere il pensiero nell’onda del consenso, o dissenso, che di caso in caso solleva; ingurgitando quel giusto lasso di tempo e silenzio che la meditazione su fatti, modi e cose, meriterebbe.

6#

Viviamo di intossicazioni mediatiche contagiose e categoriche. Bisogna essere massa, onda, dire tutti le stesse cose, adeguarsi ai gusti e agli odi, per fazioni: bianchi o neri, come fosse una logica equazione per “intelligenti o cretini”. La personalità – che nel mero concetto della dualità già di per sé manca con tutta la sua gamma di possibili differenze, contingenze, necessità e sfumature – ci si illude di possederla nell’esternazione della rabbia, che si manifesta nell’attacco contro lo straniero, il “diverso” di turno. Il ghigno è l’arma prediletta, il coltello da puntare, alla fin fine la retorica rappresentazione della massificazione ironica che lo stesso dualismo classifica all’uopo come populista:
la recita di se stessi nel virtualmigliore dei mondi.

7#

Oltre le idee c’è una questione di linguaggio, di mezzo, da non sottovalutare, ma neanche da sopravalutare. Spesso riscontro linguaggi diversi per idee convergenti e idioti che si fermano alla diversa modulazione del linguaggio, probabilmente perché più interessati all’espressione (egotica, violenta, moderata, …) del mezzo che al fine, o magari perché, non essendo ben supportati dalla concretezza che richiedono le idee, confondono la necessità del mezzo con l’azione ch’esso implicherebbe quale sua logica conseguenza.

8#

L’inganno inizia dalla mistificazione del consumo a essenzialità vitale e fondamentale per l’umana aspirazione al miglioramento del proprio status vivendi e sociale.
Fu nel 1959 con l’uscita del best seller The status seekers di Packard che si iniziò a parlare dei beni di consumo quali denominatori d’appartenenza ad una data classe sociale; circa vent’anni più tardi, Andy Warhol in “Tutto e nulla. La mia vita e la mia filosofia”, scriveva: “[…] Quello che è bello di questo paese è che i consumatori più ricchi comprano praticamente le stesse cose dei meno abbienti. […] Una Coca-cola è una Coca-cola e non ci sono soldi che valgano a farti avere una Coca-cola migliore di quella che si beve il barbone all’angolo”.
Status symbol una bevanda dolciastra e frizzante dal costo “accessibile e contenuto”?
E’ qui che si annida l’imbroglio illusionista: la Coca-cola, innocua bevanda effervescente, diventa in breve tempo simbolo e icona del grande sogno capitalista americano che, liquidamente, corrode lo stomaco del ricco e del povero, illudendo così il consumatore dell’abbattimento delle differenze sociali nell’atto stesso del consumo che, secondo quanto ipocritamente affermato da Warhol, metterebbe sullo stesso piano imprenditore, operaio e, addirittura, barbone.
Con il bene placido della svendita dell’arte e del pensiero al servizio del medesimo capitale di consumo.

9#

L’educazione al superfluo sta mietendo le sue vittime ignave, fornendo all’uomo la menzognera illusione dell’imbarazzo della scelta, ne ha modificato il senso di libertà ed identità, rendendolo schiavo del suo consumo, quando sarebbe opportuno invece tenere presente sempre che, al contrario, si dovrebbe commisurare il consumo al bisogno ed al benessere dell’uomo.

10#

Bisogna agire in modo forte perché il concetto del possesso, dell’avere, non venga sostituito nella manipolata coscienza sociale alla connaturata esigenza del suo essere necessario e dinamico motore culturale, concettuale, per l’evoluzione e la trasmissione del pensiero e della sua storia. Avvilire il sistema scolastico, depauperare l’istruzione pubblica nei mezzi, nelle strutture e nella forza lavoro, significa decretare la creazione di una società di massa appena alfabetizzata, il cui unico scopo è l’equazione dell’esistenza finalizzata alla macchina del consumo. L’equazione dell’uomo a consumatore è una forma imbiancata di sepolcro per la vocazione dell’individuo alla religione del vuoto capitale.

11#

L’uomo che identifichi e riconosca la propria esistenza nella quantificazione del possesso e nella sua capacità di consumo, è un uomo incapace di riconoscere la sua identità umana, sociale, egalitaria, razionale, che destina se stesso a soccombere a ogni usurpazione del suo diritto in virtù della catena dei doveri da assolvere come consumatore eternamente insoddisfatto.

12#

Essere progressisti significa avere il coraggio di dire NO a tutte quelle forme di progresso fasulle, elitarie e recessive, che ci vengono quotidianamente propinate come necessarie e costruttive; tuttavia, è però necessario sottolineare quanto si palesi sempre più indispensabile possedere fermezza e chiarezza nel definire e proporre scelte di crescita e decrescita, realmente alternative, costruttive e umane, per non finire a “rottamare” tout court, come esercizio di stile.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...