la vallata di Cheng

“Ecco, vedi? Questa è la vallata di Cheng”

Il tempo di vederla appena che già mi svegliavo.
Era una distesa immensa, ordinata e regolare,
degradava lentamente in una conca che dava l’impressione di essere sconfinata e aperta,
sebbene apparisse inconfutabile come certezza
che fosse cinta da un abbraccio di montagne di cui si percepiva la presenza
come qualcosa di imponente ed evanescente nello stesso tempo,
sì da non limitare lo sguardo di questa visione a perdita d’occhio.

A coltivare la vallata era un vecchio, Cheng, appunto.
La indicava con la serenità con cui si mostrano le possibilità dell’infinito.
Sorrideva senza sorridere
con una leggerezza consapevole, priva d’orgoglio, senza possesso.
Una straluntata pacatezza perdurò al mio risveglio.

Un pensiero su “la vallata di Cheng

  1. Variazione (bella ed ennesima) sul tema dei campi elisi, dell’hortus conchiusus, del sacro prato verde, del whalalla, del paradiso terrestre (non biblico)…insomma un tòpos, un luogo ricorrente dell’immaginario individuale e collettivo…uno dei simboli archètipi nell’ uomo e nella sua cultura. Questo tuo scritto – bello, peraltro- lo ri/conferma..

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