l’etica del dolore

Che cos’è più importante? Qual è la ragione, la spinta del dire?
E dove si nasconde il sangue? In quali vene scorre? In quali si ferma, coagula, si fa siero e deforma?
Ci vuole un’etica del dire, è necessario tracciare un’etica del dolore.
La ramificazione delle vene, come un tronco capillare di fronde dalle arterie.
La materia vive, la materia pulsa, la materia si adatta, si completa nella forma, inspiegabilmente pensa.
Cosa genera dolore?
Nel corpo è semplice la risposta. Basta un trauma, un taglio, una ferita, lo scontro accidentale, l’azione non calibrata, la malattia, la degenerazione cellulare, l’infiammazione del muscolo, il nervo, la compressione cervicale.
Ingrato invece appare il compito della definizione del dolore a livello emozionale, intimamente umano, personale, soggettivo, silenzioso e subdolo come tutto ciò di cui non si sa con certezza la natura, la fattezza, la nomenclatura, seppure ne sia piena la vita come la letteratura, scientifica e filosofica.
Rabbioso, rassegnato, dimesso, frastornato, l’essere mantiene in sé il segreto del confrontarsi con l’idea di benessere che lo affligge e lo abbandona, come tutto ciò che gli manca.
Ed è assenza, ma assenza di cosa? Assenza dell’altro?
Mancanza di un’integrazione di sé in qualcosa e qualcuno a sé distante, diverso?
O non è forse la consapevole comprensione dell’assenza di sé al proprio stesso esistere, quasi rinnegando la congiunzione vitale delle cellule, delle apparenze, della fattezza, dell’ambiente circostante, della conseguenza e dell’azione, nel rifiuto, rinnegato, di se stessi e della propria idea con quanto di noi siamo costretti ad accettare nell’idea di essere qualcosa che non ci appartiene, ma che di noi si realizza solo nell’idea di noi che abita l’altro?

Chi siamo, alla fine, mi pare il peggior quesito; ciò che di noi ci rende assenza e delusione, ricerca e crollo, lotta e passione.
Finché la materia pulsa, purché la materia viva, non ci resta che comprenderci come dolore e come assenza.

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