Non permetterò più che i miei versi siano letti. Un tempo ci fu più d’uno che riferendosi a me, mi appellò poeta. A dire il vero qualcuno lo fece con cattiveria, con ironia sottile, i meno con slancio, pochissimi con sincero amore.
Non mi sono mai nominato tale, ho sempre pensato a me stesso come esigenza di memoria e traduzione del tempo in scrittura.
L’ho fatto prevalentemente in versi, delineando in una prosastica litania il reliquiario complesso di un’impossibile esistenza.
Ne sto distruggendo ogni traccia. La ferita sanguina. Il distacco è avvenuto: la misericordia dell’ultimo saluto si avvicina.
Io non sono più io, io mi rifiuto.
Es
Molti si sono spogliati del proprio verso, han fatto la muta del serpente per ritornare nel proprio corpo più puri, per re-incarnarsi in se stessi. Capisco profondamente queste tue parole e l’orizzonte della loro migrazione.
Ne “L’agonia dell’Europa”, Marìa Zambrano definisce il suo des_nacimiento, come una rinascita nella fine, nella morte sociale, nel rifiuto estremo, che qui potremmo definire, come ben indichi tu, come l’atto della muta del serpente: quel necessario spogliarsi della propria stessa pelle per rinnovarsi, *re-incarnarsi* nell’
in cui
un passaggio certamente doloroso, dissanguante, quanto necessario per l’abbandono finale, la migrazione dal sé.
Un caro saluto, e grazie per la lettura.
Es
Ecco, leggendo ora questi stralci che mi riporti, non ho potuto non pensare a un’idea che mi accompagna da quando Saenz l’ha definita perfettamente per me: quel “farsi addio”, che ha nel corpo l’ultimo appiglio e il primo approdo.
*farsi addio* che ha nel corpo ultimo appiglio e primo approdo: non esiste modo migliore per definirlo, sì.
grazie davvero per queste parole preziose che mi cuci addosso. Te ne sono grato.
Es